“Lo sbiancamento dentale non funziona.” È una frase che si sente spesso e che nasce, nella maggior parte dei casi, da esperienze non soddisfacenti. Tuttavia, questa affermazione non è corretta.
Molti pazienti hanno sperimentato protocolli rapidi, ambulatoriali con lampade o laser, che promettono risultati immediati.
Nell’immediato il colore può apparire più chiaro, ma quel risultato non rimane stabile nel tempo. Quasi sempre, dopo poche settimane o qualche mese, si assiste a una recidiva cromatica, con un ritorno del colore verso quello iniziale.
È in queste situazioni che nasce l’idea che lo sbiancamento “non duri” o “non funzioni”.
In realtà, ciò che manca è una strategia personalizzata, costruita sulle reali esigenze cliniche del paziente.
WhiteLab Smile Stories nasce per raccontare storie reali di sorrisi, spiegando non solo il risultato finale, ma il percorso clinico che lo ha reso possibile.
Oggi vi racconto la storia di Arianna.
Nel suo caso, il colore iniziale era particolarmente scuro.

Con un croma pari a 3,5 sul centrale e 4 sul canino.

Per comprendere meglio questo dato, è utile fare una breve spiegazione.
La scala colori più comunemente utilizzata per la rilevazione del colore dentale è una scala che combina lettere e numeri

La lettera (A, B, C o D) indica il tono del dente, cioè il colore vero e proprio, mentre il numero indica il croma, ovvero l’intensità di quel colore.
Il croma 1 corrisponde a un colore chiaro, mentre un croma 4 rappresenta il livello di intensità più elevato.
Un croma 3,5, come nel caso di Rosy, indica quindi un colore scuro.
Proprio per questo motivo, l’obiettivo non poteva essere un semplice schiarimento, ma una reale modifica cromatica, ottenibile solo attraverso un protocollo valido e predicibile.
Questo obiettivo era facilmente raggiungibile anche grazie a condizioni favorevoli: smalto in buono stato di salute, assenza di difetti strutturali, colore di partenza uniforme.
Queste caratteristiche rappresentano il punto di partenza ideale per un risultato predicibile.
Un aspetto chiave è stata l’assenza di ipersensibilità dentinale, ottenuta anche grazie ad un protocollo di pre-trattamento (nello specifico ho utilizzato dei principi attivi desensibilizzanti e remineralizzanti) finalizzato a prevenire il principale effetto secondario del trattamento sbiancante.
Il protocollo che ho scelto è stato il domiciliare professionale, con utilizzo di mascherine personalizzate indossate durante la notte per 16 giorni consecutivi.
Arianna all’interno delle mascherine inseriva un prodotto a base di perossido di carbamide al 16%.
Il risultato ottenuto è stato chiaramente visibile: da un croma iniziale particolarmente intenso si è raggiunto un croma saturo pari a 1.

Questo miglioramento è oggettivamente apprezzabile anche dalle immagini dello spettrofotometro (strumento che consente di rilevare il colore dentale in maniera oggettiva, superando i limiti della valutazione visiva soggettiva dell’occhio umano).


Per concludere, affermare che “lo sbiancamento dentale non funziona” non è corretto.
La storia di Arianna dimostra che, quando il trattamento è personalizzato e basato su protocolli predicibili e sicuri, i risultati non solo si ottengono ma durano nel tempo.
Esistono infatti protocolli di mantenimento che consentono di preservare il risultato raggiunto in modo stabile, rendendo il miglioramento del colore dentale una condizione mantenibile negli anni, potenzialmente per tutta la vita. Ma di questo ve ne parlerò un’ altra volta.
Ogni sorriso racconta una storia. WhiteLab Smile Stories nasce proprio per raccontarle.


